L'ascolto è cura

La Giornata Mondiale della Salute Mentale 2026 mette al centro l’esperienza personale: 1,2 miliardi di persone convivono con una patologia mentale, 845.516 sono state assistite in Italia nel 2024. Dietro il cambio di paradigma proposto dall’OMS c’è una lunga storia, dalla psicoanalisi freudiana alla terapia centrata sulla persona di Carl Rogers, che ha sostituito la diagnosi dall’alto con l'approccio relazionale come luogo del cambiamento.

Il Ministero del Futuro deve vivere nel presente

Prevedere vuol dire estendere il passato, e quando i modelli si regolano sui dati finiscono per conservare invece di inventare. La proposta è di rovesciare la sequenza: decidere prima il Paese che si vuole abitare, fatto di legami, natura e prosperità, e solo dopo ricorrere a dati e previsioni per capire come arrivarci. Indicatori di benessere accanto al PIL e una rete di laboratori locali sono i primi strumenti concreti di un Ministero che comincia adesso.

Netanyahu è ancora in sella

Senza più la maggioranza alla Knesset, Netanyahu esce dalle urne indebolito e indispensabile al tempo stesso. L’exploit dei partiti arabi si scontra con un veto condiviso dai due principali schieramenti, mentre la formazione del governo si annuncia lunga e incerta. Il voto vale come referendum su un decennio di scelte che hanno consumato il capitale di simpatia di Israele nelle opinioni pubbliche occidentali, e promette un’accelerazione del fronte con l’Iran, il Libano e la Siria.

Lega all'ultimo sangue

Il tracollo dei consensi, la cannibalizzazione del bacino elettorale da parte della neonata creatura politica di Roberto Vannacci e la sfiducia montante dei simpatizzanti rassegnati ai compromessi della dirigenza: il Carroccio è costretto al cambio di passo. Le recentissime prese di posizione sull'Ucraina vanno in questo senso. Ma Salvini appare indebolito e scarico. Chi saprà dunque intestarsi la leadership del partito, offrendo un’alternativa concreta agli orfani del sogno di una Padania libera?

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La generazione cosmica è chiamata al "salto quantico"

Il MAXXI di Roma ospiterà il prossimo 10 ottobre 2026, per un’intera giornata, la seconda edizione di Bayram, l’iniziativa che quest’anno assume come titolo e come chiave interpretativa “Il salto quantico”, un’espressione mutuata dalla fisica quantistica per descrivere quella transizione discontinua e irreversibile che sembra oggi attraversare gli equilibri tra guerra e pace, in un momento storico che appare sempre meno come frattura improvvisa e sempre più come una riscrittura progressiva delle regole con cui si era abituati a leggere il mondo. Proprio qui, al Museo MAXXI di Roma, circa un anno fa abbiamo lanciato una piattaforma culturale generazionale chiamata “Bayram”. Dopo una giornata intensa che ha visto la partecipazione di circa 80 ospiti e 2mila partecipanti, abbiamo provato immaginare il futuro interrogandoci su una domanda necessaria, esistenziale, futurologica: “come sarebbe il mondo se le cose andassero diversamente?” Ora non vogliamo fermarci, vogliamo continuare il nostro viaggio interstellare e tracciare un solco narrativo e di riflessione profonda per decodificare il presente e ricodificare il futuro: Sabato 10 ottobre 2026 dalle ore 10 quella stessa “generazione cosmica” che un anno fa si è riunita qui è chiamata a fare “il salto quantico”, sì, perché “Il salto quantico” sarà proprio il titolo di questa seconda edizione di Bayram. Nella fisica quantistica, questo concetto descrive un cambiamento radicale, una transizione discontinua e irreversibile, un passaggio di stato energetico che non segue i parametri e i perimetri tradizionali. Le “regole del gioco” stanno mutando. Tecnologie quantistiche ed intelligenza artificiale stanno rifondando simultaneamente la sicurezza, la diplomazia, la finanza, la politica, l’energia, la guerra e la pace. La profezia è prima di tutto un codice con le sue leggi non scritte.

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Nata come centrale permanente di idee e visioni, Bayram si propone di mettere in relazione discipline che la tradizione accademica ha spesso tenuto separate, dalla fisica alla teologia, dalla poesia alla tecnologia, dalla filosofia all’astrofisica, nella convinzione che solo un confronto aperto tra linguaggi distanti possa restituire una qualche capacità di orientamento in un’epoca dominata dal calcolo delle probabilità piuttosto che dalla certezza delle leggi. Le tecnologie quantistiche e l’intelligenza artificiale occuperanno una parte centrale della riflessione, imponendo una lettura che tenga insieme l’innovazione scientifica e le sue ricadute etiche, la tecnopolitica emergente e le sue implicazioni sul piano internazionale. Il MAXXI, con la propria vocazione a ospitare l’incontro tra arte, architettura e ricerca contemporanea, offre la cornice naturale per una giornata che si annuncia come punto di riferimento nel dibattito culturale italiano sui temi della tecnologia, della geopolitica e del futuro condiviso.

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Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Marta Peirano: «La sorveglianza è il contrario della democrazia. L'Europa deve liberarsi dallo strapotere delle piattaforme americane»

La tecnologia è diventata uno dei principali terreni dello scontro geopolitico. Dall'alleanza tra Donald Trump e i colossi della Silicon Valley alla competizione con la Cina, dalla sorveglianza digitale alla crisi della sovranità europea, il potere delle piattaforme attraversa ormai ogni dimensione della vita pubblica. Ne abbiamo parlato con Marta Peirano, giornalista e saggista spagnola, tra le voci più critiche nei confronti dell'economia della sorveglianza, incontrata a Roma in occasione di Bayram. Autrice di El enemigo conoce el sistema e Contra el futuro, Peirano denuncia da anni i rischi della concentrazione del potere digitale nelle mani di poche multinazionali.

- In che modo i risultati delle elezioni israeliane e delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti potrebbero modificare lo scenario internazionale?

L'asse israelo-americano è stato determinante per la geopolitica mondiale degli ultimi anni. Non soltanto per gli aspetti più visibili, dal commercio alla politica internazionale, ma anche per il settore di cui mi occupo, quello tecnologico. Israele è il laboratorio tecnologico degli Stati Uniti. Quindi, se ci fosse un mutamento negli equilibri politici di entrambi questi due paesi, ci troveremmo di fronte a un cambiamento nella governance dell'innovazione occidentale.

- Lei ha scritto che la nuova tecnocrazia americana presenta tratti sempre più autoritari. Come giudica il secondo mandato di Trump e le trasformazioni che sta producendo nei rapporti tra democrazia, capitalismo e potere tecnologico?

Trump ha stretto un'alleanza profonda con i grandi magnati della tecnologia. È indicativo che alla cerimonia d'insediamento del suo secondo mandato abbia scelto di avere alle spalle gli amministratori delegati delle maggiori aziende tecnologiche anziché i ministri del nuovo governo. Negli Stati Uniti si sta sviluppando un sistema di sorveglianza senza precedenti, che non riguarda soltanto le frontiere. Lo conferma il fatto che i dati privati e sensibili dei cittadini sono stati messi a disposizione delle operazioni di controllo dell'immigrazione condotte dall'ICE. Telecamere di sicurezza inoltre registrano quotidianamente gli spostamenti di milioni di persone. Persino i videocitofoni privati condividono con la polizia locale informazioni su quanto accade per strada.
E poi esistono aziende come Palantir, che concentrano informazioni protette provenienti dalle amministrazioni pubbliche per costruire sistemi globali di sorveglianza. A mio giudizio, assistiamo ad una pericolosa tendenza tecnosecuritaria che contraddice le leggi stesse delle democrazie in cui tali sistemi operano.


- Da Peter Thiel a Elon Musk, gli oligarchi digitali hanno rafforzato i legami con la nuova destra americana. Che cosa vogliono costruire?

Una società sorvegliata e controllata da un potere centralizzato e opaco. Le piattaforme digitali, i social network e i modelli di intelligenza artificiale esercitano un'influenza concentrata nelle mani di pochissime imprese. Sono aziende che operano al di sopra o al di sotto della legge, sottraendosi al controllo delle autorità pubbliche. Un governo che sceglie la sorveglianza come forma di governo è, per sua natura, pericoloso e autoritario. In democrazia è il popolo ad avere il diritto di controllare l'amministrazione, non il contrario. Quando è l'amministrazione a sorvegliare il popolo, siamo davanti a un sistema autoritario. Un centro di potere che può vedere tutto, mentre i cittadini non possono sapere nulla, conduce in una sola direzione: il fascismo.

Roma, Ottobre 2026. XXXVI Martedì di Dissipatio

- La competizione tra Stati Uniti e Cina viene però spesso presentata come una corsa inevitabile all'intelligenza artificiale. Non si rischia di regalare la partita dell'innovazione a Pechino?

La rivalità con la Cina è un'ottima scusa per le imprese di intelligenza artificiale. I loro dirigenti sostengono di dover commercializzare prodotti pericolosi, difettosi e fuori controllo, perché altrimenti lo farà prima la Cina.
Da mesi ascoltiamo amministratori delegati spiegare che i loro sistemi possono compromettere infrastrutture, violare banche e accedere a registri riservati di amministrazioni straniere. Eppure continuano a distribuirli. Questo contraddice persino la legislazione americana, che vieta di immettere consapevolmente sul mercato prodotti difettosi o pericolosi.  Queste imprese competono tutte contro tutte solo per diventare il sistema operativo dominante della nuova stagione tecnologica. Abbiamo visto Amazon impedire all'agente di intelligenza artificiale di Meta di effettuare acquisti sulla propria piattaforma. Altre aziende americane stanno limitando l'attività dei prodotti concorrenti sui propri server. Non è una competizione patriottica, né una battaglia per l'egemonia occidentale. È una lotta per conquistare un monopolio industriale su scala planetaria.


- In questo contesto, come può l'Europa conquistare una vera sovranità tecnologica e ridurre la dipendenza dalle piattaforme americane?


Il paradossale vantaggio dell'amministrazione Trump è aver reso chiarissimi gli obiettivi del governo americano. Ora non possiamo più dubitare che dipendere dalle piattaforme statunitensi rappresenti un problema di sicurezza nazionale.
Dobbiamo investire collettivamente in piattaforme europee, non soltanto per sottrarci alla sorveglianza, ma anche per proteggerci dallo spionaggio industriale. Non possiamo affidare il futuro dell'industria europea ad aziende che non rispondono alle nostre autorità. Abbiamo bisogno di imprese radicate in Europa, sottoposte alle nostre leggi e ai controlli pubblici.
La strada è un investimento storico nelle università e nei centri di ricerca. Queste tecnologie non nascono nelle fabbriche di semiconduttori, ma dalla ricerca scientifica. La Svizzera dimostra come attorno a istituzioni pubbliche di eccellenza nella robotica e nell'intelligenza artificiale possa svilupparsi un'intera industria, capace di attrarre persino le multinazionali americane.
Se sappiamo produrre conoscenza, proprietà intellettuale e brevetti capaci di risolvere i problemi dell'intelligenza artificiale, non dobbiamo necessariamente cominciare costruendo gigantesche fabbriche di chip. Dobbiamo fare ciò che la Cina ha realizzato negli ultimi quindici anni: sviluppare soluzioni tecnologiche proprie e acquisire la capacità di produrle autonomamente.

- Dall'Argentina di Milei alle nuove destre latinoamericane, il trumpismo esercita una crescente influenza politica e culturale. Quale ruolo hanno le piattaforme digitali nella sua diffusione?


Le piattaforme hanno avuto un impatto profondo e duraturo nel proporre una visione distorta del mondo. All'improvviso sembrava che il pianeta fosse inevitabilmente destinato ad essere guidato dall'estrema destra. I social sono diventati intermediari dell'informazione. Apriamo Twitter, Instagram o TikTok credendo di vedere in ordine cronologico ciò che pubblicano le persone che seguiamo. In realtà riceviamo una selezione politica e personalizzata delle notizie, costruita attorno alle nostre paure, preoccupazioni e aspettative. Ognuno vede una rappresentazione diversa della realtà, senza sapere quale mondo venga mostrato agli altri. Non è semplicemente la radio che sostituisce la stampa, o la televisione che aggiunge immagini alla radio. È un potere senza precedenti, tossico e pericoloso, tanto più perché opaco.

-Le elezioni brasiliane segnano la fine di questa ondata?


In Brasile abbiamo visto un ritorno alla politica di strada, anche se preferisco non assumerlo come modello: la campagna di Lula è stata ibrida e ha fatto ampio ricorso alla propaganda, proprio come quella della destra. Trovo più significativo ciò che è accaduto in Serbia. Una protesta studentesca nata contro condizioni e infrastrutture inadeguate si è trasformata, nel giro di due anni, in un movimento politico capace di mettere in discussione un potere consolidato. È il segno che esistono altre forme di politica. Quel movimento si è organizzato senza dipendere dalle piattaforme digitali, dai social o dai grandi media. Questa è una vera rivoluzione.

- Lei ha criticato l'idea di vietare i social network ai minori, insistendo sulla responsabilità delle piattaforme. Come dovrebbero intervenire i governi europei per limitarne il potere?


Io credo che non dovremmo punire i bambini perché sul mercato circolano prodotti difettosi e dannosi. Il compito delle autorità è proteggerli, non castigarli. Le grandi piattaforme violano da anni le leggi europee. È irresponsabile, oltre che codardo, permettere che continuino a farlo e contemporaneamente limitare i diritti dei minori. Si sta affrontando il problema al contrario.
Una restrizione più severa della libertà di espressione avrebbe conseguenze nefaste e antidemocratiche. Ma applicare con maggiore rigore le norme che già esistono produrrebbe l'effetto opposto: tutelerebbe i diritti e renderebbe più equa la concorrenza.
Oggi le imprese americane possono avvantaggiarsi perché non rispettano le regole, mentre quelle europee sono tenute a farlo. La Commissione sembra voler risolvere questa disparità permettendo anche alle imprese europee di sottrarsi agli obblighi normativi. È una soluzione sbagliata: bisogna imporre a tutte le aziende il rispetto delle stesse leggi.


- Le tensioni tra Spagna e Marocco, soprattutto a Ceuta e Melilla, mostrano come l'immigrazione possa diventare uno strumento di pressione geopolitica. Come evolvono queste forme di potere asimmetrico nell'era Trump?


In peggio. Ho sempre considerato Frontex uno dei punti deboli dell'Unione europea, non perché ritenga necessario rafforzare ulteriormente le frontiere attraverso tecnologie di sorveglianza come quelle impiegate a Gaza, ma perché la nostra gestione dell'immigrazione è incompetente e criminale. Sta provocando morti tragiche e inutili lungo tutte le frontiere europee.
In Spagna si parla continuamente, da una parte, del Paese che si spopola e, dall'altra, della teoria della grande sostituzione. Sono due narrazioni che si contraddicono. Gli Stati Uniti sono diventati una grande potenza anche grazie alla capacità di accogliere, dopo la Seconda guerra mondiale, scienziati, inventori, professori, linguisti e scrittori fuggiti dall'Europa. Hanno trasformato quell'immigrazione in una straordinaria forza produttiva, una ricchezza inestimabile. Noi non riusciamo a capire che le persone che lasciamo morire alle frontiere rappresentano anche una risorsa per rinnovare istituzioni, cultura e progetti. Preferiamo farci colonizzare dall'intelligenza artificiale delle multinazionali americane anziché valorizzare l'intelligenza umana che arriva da altri Paesi. Mi sembra una pessima politica.


- Una maggiore convergenza tra Parigi, Madrid e Roma potrebbe favorire un nuovo asse latino in Europa, capace di promuovere la sovranità tecnologica e ridefinire i rapporti con gli Stati Uniti?


Preferisco non pronunciarmi su questo scenario, perché mancano informazioni decisive, e non soltanto a me: sono informazioni che non sono accessibili a nessuno. Viviamo comunque in un mondo globalizzato nel quale alcune grandi potenze hanno approfittato della nostra pigrizia e dell'incapacità di sviluppare soluzioni tecnologiche autonome. È un buon momento per invertire questa tendenza, senza dimenticare che la più grande e potente infrastruttura che abbiamo costruito nella storia si chiama Internet. Funziona proprio perché è globale, ha una portata planetaria e ha trasformato profondamente la traiettoria economica, culturale e politica del mondo. Possiamo continuare a costruire su questa infrastruttura senza lasciarci colonizzare dalle strutture centralizzate ed estrattive delle due grandi potenze mondiali. 

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Interviste

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Marta Peirano: «La sorveglianza è il contrario della democrazia. L'Europa deve liberarsi dallo strapotere delle piattaforme americane»

«Quando è l'amministrazione a sorvegliare i cittadini, non siamo più in una democrazia. Le grandi aziende tecnologiche competono per diventare il sistema operativo della prossima rivoluzione industriale. L'Europa deve investire nelle università, nella ricerca e in tecnologie proprie»
Marta Peirano: «La sorveglianza è il contrario della democrazia. L'Europa deve liberarsi dallo strapotere delle piattaforme americane»

Andrey Spiridonov: «Continuare una guerra perché non riusciamo ancora ad immaginare la pace significa lasciare che siano i morti di domani a pagare la nostra incapacità»

«Credo che proprio Roma ci insegni una cosa fondamentale: governare significa decidere prima di sapere tutto. La conoscenza perfetta non esiste. Se aspettiamo la certezza assoluta, spesso arriveremo alla decisione quando sarà ormai troppo tardi. Ma il contrario è altrettanto pericoloso: agire sulla base di una semplice intuizione o di una paura. Governare non significa aspettare di avere tutte le risposte; significa sapere quando quelle disponibili sono sufficienti per agire e avere l’intelligenza di correggersi quando la realtà cambia»
Andrey Spiridonov: «Continuare una guerra perché non riusciamo ancora ad immaginare la pace significa lasciare che siano i morti di domani a pagare la nostra incapacità»

Ramón González Férriz: «Con Sánchez, la Spagna ha compiuto passi verso l'autoritarismo»

«Ha perdonato reati commessi dai suoi alleati in cambio del loro sostegno politico, ha attaccato apertamente i giudici e la stampa critica, ha permesso la corruzione di alcune persone di sua fiducia e ha occupato in maniera grossolana istituzioni neutrali come la televisione pubblica o l'istituto demoscopico pubblico. Credo che il bilancio sia essenzialmente negativo, non tanto per le singole politiche adottate, quanto per la sua adesione a posizioni autoritarie che spesso associamo alla destra radicale»
Ramón González Férriz: «Con Sánchez, la Spagna ha compiuto passi verso l'autoritarismo»

Sir Richard Barrons: «La cavalleria americana non verrà a salvare l'Europa»

«L'Europa si è abituata a livelli elevati di spesa sociale mentre una parte decisiva del costo della sua difesa ricadeva su Washington. È una condizione che non possiamo più considerare garantita. Dovremo trasferire risorse da cose che apprezziamo, come i generosi sistemi di welfare, alla sicurezza. Non disponiamo infatti di una crescita economica tale da rendere indolore questa scelta. Guardando indietro, il periodo fra il 1989 e il 2014 appare per quello che era: un'anomalia storica, non una nuova normalità.»
Sir Richard Barrons: «La cavalleria americana non verrà a salvare l'Europa»

Yves Thréard: «La Francia è un Paese malato. Macron lascia spazio ai populismi»

«Le manifestazioni di queste settimane sono motivate, almeno in parte, da rivendicazioni che potrebbero anche essere considerate accettabili. Ma diventano inascoltabili quando si accompagnano alla volontà di mettere a ferro e fuoco il Paese e di instaurare il disordine. È quanto abbiamo visto nell'ultimo mese. Si tratta di un movimento alimentato da una minoranza, perché moltissimi liceali non hanno alcuna intenzione di interrompere le lezioni per scendere in piazza. Una minoranza attiva e rumorosa, influenzata dall'ultrasinistra e dalla France Insoumise, che cerca di seminare il caos perché questo è il suo progetto politico»
Yves Thréard: «La Francia è un Paese malato. Macron lascia spazio ai populismi»

Confessioni

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Stefano Pontecorvo

«In quasi tutti i Paesi nei quali ho lavorato ho incontrato una domanda d'Italia superiore alla nostra capacità di risposta. Esisterebbe uno spazio enorme per noi: economico, culturale, diplomatico e industriale. Ma non riusciamo a occuparlo. Abbiamo istituzioni deboli, priorità spesso sbagliate e una pubblica amministrazione che non risponde con la velocità necessaria. Le imprese provano a muoversi, ma non possono farlo sempre da sole, soprattutto nei mercati nei quali la presenza dello Stato è determinante»
Stefano Pontecorvo

Il Ministero del Futuro

Tra l’VIII e il III secolo avanti Cristo, l’umanità attraversò l’Età Assiale: in pochi secoli nacquero quasi tutte le idee su cui poggia ancora la nostra civiltà. Venticinque secoli dopo, il futuro torna a pesare sul presente con simile forza. Tuttavia mancano le istituzioni capaci di abitare l'incertezza. Per questo lo scorso 10 ottobre, al MAXXI di Roma, abbiamo lanciato l’idea di un Ministero del Futuro.

Mezzogiorno di fuoco

Con le proteste di questi giorni, nell'Italia meridionale è in gioco la tenuta di settori strategici, dai quali dipende la capacità stessa del paese di produrre e approvvigionarsi. Intanto Washington torna a trattare con Mosca per contenere i prezzi, mentre Roma resta prigioniera di una visione manichea del mondo dimidiato tra bene e male. L'Italia fatica a far valere i propri interessi: non basta stabilire la necessità di raggiungere l’autosufficienza energetica. Bisogna anche garantire che il sistema produttivo sopravviva durante il percorso necessario per raggiungere l'obiettivo.

La trappola orwelliana

Il nuovo film di Aaron Sorkin - The Social Reckoning - divide il mondo tra Buoni e Cattivi, ma dimentica le pressioni esercitate dalle amministrazioni americane durante la pandemia. Frances Haugen invoca lo Stato contro i social come si fece con il tabacco, ma regolare un prodotto e regolare le idee sono due cose diverse. Orwell lo aveva intuito: il controllo sociale non ha bisogno di violenza, gli basta il conformismo morale.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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